
Un nuovo rapporto del NIST evidenzia come l'adozione di più fornitori cloud aumenti la resilienza ma complichi drasticamente la gestione di identità, vulnerabilità e conformità normativa.
L'adozione di una strategia multi-cloud è diventata una necessità operativa per molte organizzazioni moderne, spinta dal desiderio di evitare il cosiddetto vendor lock-in e di garantire la continuità del business. Tuttavia, questa flessibilità ha un costo elevato in termini di complessità della sicurezza. Il National Institute of Standards and Technology (NIST) ha recentemente pubblicato un rapporto dettagliato che mette in guardia le aziende sulle sfide uniche e spesso sottovalutate poste dagli ambienti che integrano due o più fornitori di servizi cloud (Cloud Service Provider - CSP).
Secondo il NIST, se da un lato il multi-cloud riduce la dipendenza da un unico fornitore — proteggendo l'organizzazione da eventuali interruzioni di servizio o attacchi mirati a una specifica infrastruttura — dall'altro introduce una frammentazione che rende difficile mantenere politiche di sicurezza coerenti. Il problema risiede nella natura eterogenea dei CSP: ogni fornitore opera con i propri modelli di sicurezza, strumenti di gestione, configurazioni e, soprattutto, diversi framework di responsabilità condivisa.
Una delle aree più critiche identificate nel rapporto riguarda l'Identity and Access Management (IAM). In un ecosistema multi-cloud, i team di sicurezza si trovano a dover gestire policy di controllo degli accessi e protocolli di autorizzazione su sistemi nativi profondamente diversi tra loro. Questa mancanza di uniformità rende estremamente complesso verificare se misure fondamentali, come l'autenticazione a più fattori (MFA) o la verifica biometrica, siano applicate correttamente e costantemente su tutti i sistemi che supportano i servizi cloud.
La situazione è ulteriormente complicata dalla necessità di convalidare le policy di accesso di terze parti o fornitori esterni utilizzati dai CSP stessi. Senza una visione centralizzata, il rischio di configurazioni errate o di permessi eccessivi (il principio del least privilege spesso ignorato) aumenta esponenzialmente, aprendo varchi che gli attori malevoli possono sfruttare per muoversi lateralmente tra diverse nuvole informatiche.
Il Vulnerability Management in un contesto multi-cloud si trasforma spesso in un incubo logistico. Il NIST sottolinea come i diversi CSP forniscano report sulle vulnerabilità con tempistiche, formati e schemi differenti. Questa mancanza di standardizzazione impedisce alle aziende di avere una visione d'insieme dello stato di salute della propria infrastruttura, rendendo quasi impossibile implementare una strategia di patch management uniforme.
Inoltre, molte organizzazioni lamentano l'impossibilità di condurre scansioni di vulnerabilità indipendenti. Poiché i clienti non hanno accesso diretto ai sistemi informativi sottostanti dei CSP, devono fare affidamento esclusivamente sulle informazioni fornite dal fornitore, che potrebbero non essere sufficientemente dettagliate o tempestive per le esigenze di sicurezza interna.
Quando si verifica un incidente di sicurezza, la rapidità di risposta è fondamentale. Tuttavia, nel multi-cloud, la Incident Response è ostacolata da una cronica mancanza di trasparenza. Il rapporto evidenzia che alcuni fornitori non inviano dati sugli incidenti in modo tempestivo o completo. Inoltre, le informazioni ricevute spesso non sono standardizzate, rendendo difficile l'integrazione con gli strumenti di monitoraggio interni come i SIEM (Security Information and Event Management).
Un ostacolo simile si riscontra nel Disaster Recovery. I CSP tendono a mantenere riservate le proprie politiche di pianificazione della contingenza, citando motivi di sicurezza del sistema e protezione di informazioni privilegiate. Questo significa che le aziende clienti spesso non hanno visibilità sui risultati dei test di ripristino effettuati dai fornitori, rendendo la pianificazione della resilienza aziendale una scommessa basata sulla fiducia piuttosto che su dati verificabili.
Infine, il NIST pone l'accento sulla protezione dei dati e sulla conformità normativa, come il GDPR. In un ambiente multi-cloud, i dati possono risiedere o transitare attraverso diverse giurisdizioni, ognuna con i propri requisiti legali. La sfida è aggravata dalle implementazioni incoerenti delle misure di sicurezza, come la crittografia, tra i vari fornitori.
Le organizzazioni faticano a ottenere la documentazione necessaria sulla sicurezza dei sistemi da tutti i provider coinvolti, il che rende arduo dimostrare la conformità durante gli audit. La responsabilità della protezione dei dati rimane in capo all'azienda, ma la capacità di esercitare tale protezione è limitata dagli strumenti e dalle trasparenze offerte dai singoli CSP.
Il messaggio del NIST è chiaro: per superare queste 23 sfide critiche, la comunità della cybersecurity deve collaborare per creare soluzioni basate su automazione e standardizzazione. È necessario sviluppare framework di governance robusti che permettano una visibilità centralizzata e l'applicazione di policy coerenti indipendentemente dal fornitore utilizzato.
Il rapporto non vuole essere solo un elenco di problemi, ma un punto di partenza per la ricerca accademica e lo sviluppo industriale. L'obiettivo è definire un vocabolario condiviso e requisiti standard che possano guidare i futuri acquisti di servizi cloud e la progettazione di nuove soluzioni di sicurezza, rendendo il multi-cloud un ambiente non solo resiliente, ma anche intrinsecamente sicuro.
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